di Lucia Norbiato
La natura è un artificio, l’artificio è l’ultima naturale remigante delle ali di beccaccia, detta pennino del pittore, che si può anche produrre in materiale artificiale, altrettanto resistente e a forma acuminata. Si soppesano gli artifici: pennino naturale e pennino artificiale, e i piatti della bilancia oscillano, talvolta si fermano annunciando equilibri, senza possedere “un equivalente determinante di massa”, ovvero un campione univoco raffrontabile. La mattina del primo febbraio l’amica Giuseppina mi inviò l’immagine di un quadro che conteneva un trofeo: disposte a ventaglio c’erano numerose penne di beccacce. Nelle ali di questo timido e crepuscolare uccello, attivo soprattutto all’alba e al tramonto, vi sono due penne speciali, le sue ultime remiganti, chiamate “pennino del pittore”, che, essendo particolarmente acuminate e resistenti, servono ai pittori per le rifiniture di precisione. All’animale servono invece per effettuare brusche virate tra i rami e gli alberi dei boschi dove principalmente vive. Almeno 60 beccacce furono sacrificate per la composizione, dato che ogni uccello ne possiede soltanto due. Anche la “spina” dell’istrice viene utilizzata dai pittori, e non solo, le penne di beccaccia possono costituire ottime mosche finte per la pesca, e sorta di aghi per il ricamo. Ci serviamo di ciò che si trova in natura ma a volte fabbrichiamo artificialmente, con sostanze sempre tratte in natura, oggetti simili, di forme analoghe o variate, plasmate secondo un’estetica soggettiva, altrettanto valida, per esempio con caratteristiche simili alle remiganti della beccaccia o agli aculei dell’istrice. L’artefice esercita un’arte manuale che richiede esperienza e ingegno, da sempre ci si domanda chi sia l’artefice dell’universo; similmente allo sconosciuto dell’universo, ammettendone l’esistenza, nel rispetto delle molteplici visioni e teorizzazioni mitologiche e religiose, dal demiurgo a Dio, per citarne almeno due, le persone sono artefici, ma conosciuti e presenti nell’universo conosciuto. Ciò che appare ai nostri sensi ove non vi sia, o sia più o meno intervento umano, ci può stupire: è l’artificio di un artefice conosciuto o sconosciuto; l’uomo agisce sulla sostanza che trova in natura nell’universo e compie i suoi atti creativi. Se volessimo confrontare i due oggetti, il pennino del pittore, remigante di beccaccia e il pennino fabbricato artificialmente, soppesandoli ipoteticamente sui piatti di una bilancia, li vedremmo oscillare, sino a raggiungere, forse, un equilibrio: gli oggetti, posati sui piatti, potrebbero avvicinarsi per simile, o diverso, e altrettanto interessante aspetto, forme, caratteristiche, ma per entrambi non potrebbe mai esistere “un equivalente determinante di massa”, ovvero un campione univoco da raffrontare e soppesare separatamente. Pennino naturale e pennino artificiale sono entrambi artifici meravigliosi, forse noi abbiamo un vantaggio, sappiamo di aver realizzato il pennino artificiale, il resto è mistero che su di noi rimbalza. Nel mese di febbraio con i liceali della classe quinta G scienze applicate, del Classico e Scientifico Statale “Pellico Peano” di Cuneo ho deciso di esplorare forme espressive, aspetti e relazioni tra arte e tecnologia in alcune manifestazioni di arte contemporanea. Il paesaggio ne propone una vista sconfinata e articolata per complessi ripensamenti su molteplici problematiche, sociali, ambientali, morali, affettive, politiche… esperite con linguaggi dell’informatica, e altri linguaggi anche maggiormente coniugati a quelli tradizionali. Sono corse ed inseguimenti nell’universo delle materie, gravide di artifici, accumulate, riorganizzate in fabbriche per marchingegni, alla ricerca di originalità, piacere, nuovi linguaggi, e di profitti, spesso incontrollati a volte perversi, in processi che si svincolano sempre più dai legami di spazio per attestarsi a quelli di tempo, dove luoghi, persone, animali e cose possono avvicinarsi facilmente alla vita intima senza percorrere spazi (distanze), per convivere invece nella simulazione di attimi, ore, giorni vitali “aumentati” e accedere alle estreme conseguenze di esperienze prive di veri e propri contatti reali. Le reazioni verso queste odierne opportunità sono spesso contraddittorie: di ostacolo a causa delle paure verso un ignoto, di ardimento per desiderio naufragante dello stesso infinito ignoto. Mappare gli stati d’animo, riconoscere e rieducare i sentimenti è e sarà l’obiettivo di un addestramento sempre più vorace. Si innescano come sempre orientamenti che ricercano stati di consolidate memorie, magari mutate, ma consone alle tradizionali, e ancora desiderate perdite di riferimenti, ma sempre contraltari di desiderati agganci simili a quelli di antichi riti. Si è nuovamente in procinto di una folla in tumulto, di raggruppamenti, di insiemi di vario genere, dispersi nel web che svolgono, o assistono a “celebrazioni” varie, a volte irriverenti, in una luce schermata falsamente protetta, dove è lo stesso schermo luminoso la luce del nuovo tempio, davanti al quale si assiste, si vive, ci si stupisce, e si può forse escludere che da esso possano fuoriuscire anche nuovi esseri con i semplici gesti di un arto umano o di una zampa? Di fronte mi pare di vedere ancora un “grande vetro”, di memoria duchampiana, dove la superficie trasparentissima, successivamente incrinata, che l’artista non si preoccupò di riparare considerando l’accidente un intervento del caso, ora sembra definitivamente caduta, inesistente; l’intangibilità di un supporto immersivo, non più tela, non più situazione condivisa, non corpo presente, non specchiante per incontri dopo rimbalzi curiosi di origine labirintica, non ultimo Grande vetro prima di un abbandono definitivo dell’arte per una partita a scacchi; ma sino a quando ci sarà la macchina celibe sottostante, uno scapolo dei nove per una sposa, una scapola di Adamo per Eva e le progenie assicurate, un supporto sarà ancora nelle nostre mani, si tratterà di cavalcare un bit? Anziché un grifo? Ed essere, ancora pregni della memoria di antiche prese, finalmente forse catturati da un vecchissimo ippogrifo.

Il gatto Narciso,
puntasecca, 2023


Lucia Norbiato,
Il gatto Narciso,
plagrafia, 2023
Nota sulle immagini
Le stampe, a cui ho dato il nome di “plagrafie”, sono ricavate da matrici in “pla” (acido polilattico) realizzate con la stampante 3D e sono il risultato di una nuova tecnica elaborata e sperimentata a partire dal mese di dicembre 2021. Le matrici in pla, desunte dai disegni, dalle incisioni tradizionali, o altro, possono variare anche notevolmente, nelle dimensioni, nei segni, tra loro e rispetto all’operato di partenza.